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Riflessioni sul COVID-19: incognita e numero

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La rappresentazione sulla identità del coronavirus a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, così come ho arguito, mi ha frastornato, mettendo in crisi la mia capacità riflessiva, specialmente nell’apprendere che il virus COVID-19 è nuovo in seno alla variegata famiglia dei coronavirus. Ad accentuare la mia preoccupazione e incredulità, è l’espressione “famiglia”, che di riflesso mi accompagna mentalmente nell’intimità domestica e visivamente sono rassicurato da moglie, figlio, nuora e nipotino, lì, ad attestarmi l’essenza della famiglia, informata dall’affetto e dall’amore.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, però, mi informa che i coronavirus sono una famiglia variegata, una famiglia, che, contrariamente alla mia, è malefica, portata a distribuire malattie; questa famiglia ha partorito il terribile figlio, il COVID-19.

Mi riprendo dall’iniziale disorientamento, ne esco, facendo leva sulle mie energie, scaturigine del ragionare, per sorprendermi vergognoso, perché possa esserci una famiglia di assassini, la quale possa essere associata alla mia. Devo ora, non scadendo nell’infantilismo, da cui mi sono lasciato prendere, ammettere con lucidità che questa terrificante famiglia è nostra convivente.

La immensa famiglia dell’umanità, quella che noi non vorremmo i suoi componenti dimenarsi negli egoismi, negli interessi di parte, nelle diatribe, al punto che, combattendo l’un l’altro, talora, ci si ammazzi, si generi la morte, benché non sia causa del virus, questa famiglia immensa, dunque, è convicina e convivente di un’altra famiglia omicida?

E’ questa fatalità, oso sommessamente interrogarmi, in questa epoca, in cui “iniquitas increbrescit” (l’iniquità, la cattiveria cresce), apprendere del battesimo di questo virus, che aborre distinzioni, non seleziona vittime, per nutrirsi di noi, umana genia, umana famiglia, appunto, mortale? Famiglia è coronavirus! Quanti figli ha, che nei secoli hanno approfittato della nostra natura, peggiorata dalle nostre debolezze, incurie, conflitti, perché, d’improvviso, lampi malefici abbiano divorato i figli dell’umanità?

Si chiama COVID-19 il neonato della famiglia dei coronavirus, erede missionario del divorare, infettare, uccidere, traslocando vile nella mia e altrui famiglia. Come? La risposta è nel suo nome.

La funzione del virus, che quasi sovrano abbiamo in-coronato, è nel propalare la malattia e propalare etimologicamente vuol dire disseminare, quindi il virus semina la malattia; penetrando in noi, è seme e insieme di semi in noi, cui somministra la fine.

Nel certificare la fine, la morte, sorge spontanea l’obiezione, legittima, ad evocare che non tutti gli infettati muoiono. L’obiezione mi dice che la malattia non è letale per tutti, infatti, pur colpendo la moltitudine, di essi si registrano i guariti per merito dell’intera classe medica e paramedica, quantunque di essa, purtroppo, si annoverino vittime a causa del virus, e, affinché il contagio pandemico non si estendesse alla popolazione tutta, è risultato proficuo il concorso encomiabile di una miriade di soggetti, in primis delle forze dell’ordine, nonché le misure adottate dagli organi governativi, all’insegna del prodromico precetto: “state a casa !”; indubitabile il senso di disciplina e di responsabilità degli italiani, salvo necessitate escursioni da casa, con l’ausilio a bocca e naso di mascherine e la frequenza assidua della toilette, per insaponarci mani e viso.

Dalla assai sintetica obiezione: non tutti gli ammalati muoiono; riconosco, però, del visus (inizia così il fulcro della mia riflessione) paradossali due alleati, desumibili e nominabili, dunque, dal senso dell’obiezione stessa, a rischio di essere saccente; mi domando, inoltre e in via prioritaria, a quale scopo mi avvio a presumere di individuare due alleati di un killer, se non, corrispondo subito, per l’unica mira del virus di gettare nell’oblio i morti o quanto meno di velarli a noi pietosi, perché almeno io non indulga all’apprensione che è “inquietudine ansiosa circa l’esito di qualcosa, esito del timore di eventi dannosi e sfavorevoli”.

COVID-19, all’approccio leggendo o pronunciato, compare quasi formula matematica, di cui importa insistentemente domandarci: quando cesserà di essere deleteria? COVID-19 implicitamente ci risponde con l’incognita “ics”. E’, allora, congruente riformulare il COVID-19 in COVID-19 X, laddove la “ics” è alleata del virus, il quale, nell’incertezza della data di estinzione o di sconfitta nel seminare, ci costringe a rideterminare la malattia con l’attributo parimenti terrificante panica, malattia panica.

Questa “ics” quando potrebbe colpirmi e con me i familiari, l’amico? Sono certo, rincuorandomi, di essere tranquillo? E questo interrogativo, esso stesso, non cagiona in me uno stato di malessere?: ecco! Vivo nel panico.

Potenza del COVID -19 “x”!

M’avventuro nel tentativo di rendere chiaro il mio pensiero, nel mostrare l’altro alleato del virus, che identifico nel numero.

Attecchendo nei nostri corpi e sconvolgendo il nostro animo, il COVID-19x, eccetto i cosiddetti asintomatici, di cui può presumersi solamente a forfait il numero, ha dato spazio ad una lenzuolata di persone-numero distribuite in:

  • ricoverati con sintomi;
  • ricoverati in terapia intensiva;
  • malati in trattamento domiciliare;
  • totale di malati nell’attualità positivi;
  • dimessi;
  • guariti;
  • deceduti.

La casistica è centrata sul numero, il quale, aggiornandosi, perfino ad ora, nel decorrere pandemico, ormai, unitamente alla scienza medica, dedita alla ricerca del vaccino, e, in attesa, alla sperimentazione di farmaci, ha reso partecipi i cultori della statistica, che hanno messo a punto parametri, atti a numerare l’indice di categorialità RO nelle aree territoriali, indi, con la tecnologia si è definito il covidapp, riassuntivo dell’attività di tracciamento dei contatti, in modo che , monitorando, enumerando, si predispongano misure di prevenzione del contagio; siamo così alla mercé dei numeri, noi ci auguriamo RO, ossia, errezero, numero zero di riproduzione di base.

Nell’assistere quotidianamente all’evolversi del contagio, al suo colpire d’incanto indiscriminatamente, sono indotto all’adattamento, il futuro è sulle ginocchia di Giove, come suol dirsi ( per non nominare invano i santi), alla fatalità accennata, e con la fatalità alla convivenza, adeguato io alle regole comportamentali. Con chi?

Convivo con la lenzuolata, aggiornata, e, numeri su numeri finiscono col rappresentarsi quelle astrazioni a iosa assorbite nella scuola primaria, per imparare a far di conto: dodici più quattordici sommano ventisei, d’accordo!, ma che mi significava quel ventisei, se non un’astrazione numerica, che impegnava i compagni bisognosi di maggior tempo per l’apprendimento?

Se rifletto, insomma, il COVID-19 mi riconduce alla realtà: è terrore numerico e incognito; per quanto tempo debba perseguitarmi?; se, invece, scorro la lenzuolata, a poco a poco, mi adatto ai numeri, sia che aumentino, sia che scemino e viceversa: il terrore, al di là del loro reale dirmi di persone, è il numero; zero numero, zero terrore; eppure, l’adattamento convivente con il virus mi piega gradatamente verso una condizione psico-mentale particolare, e questo gradatamente mi fingo, astraendo dal diario.

E’ il primo giorno di conoscenza del contagio, è nato il COVID-19; sono sgomento; si susseguono i numeri dei ricoverati, dei gravi in terapia intensiva, cogliendo di sorpresa luoghi di cura, ricoveri, ospedali, impreparati il personale medico-sanitario, infermieri, inservienti, al punto che anche di essi, a breve, si enumereranno infettati e morti; si confinano territori e si coniano termini, che incutono smarrimento, “aree rosse”: non puoi, né uscire, né entrare; il virus le ha rese “focolai”, non quel focolare, intorno al quale la famiglia si raccoglie serena, in quanto domestico.

Leggo: è cominciata la lenzuolata; è cominciato il primato del numero e della incognita: numero e incognita doni malefici di Conad-19! Sì!, sono sgomento; e leggo ancora: a chiunque capiti, quel chiunque, ovunque sia, sarà il numero di un totale della lenzuolata, che ha in riga sette distinzioni. E, dal primo al secondo e ai successivi giorni, il diario mi allerta, mi allarma che la lenzuolata è oramai rapida impetuosa.

Ahimè!…. Che mi succede? Heu pudor! Oh la vergogna! La mia!

Sono le ore tredici, non mi curo del giorno, sono le ore tredici di ogni giorno, dopo i tanti, in cui ho seguito le vittime del virus, sono a tavola e pranzo, il televisore è acceso: vedo scorrere immagini che dovrebbero tornarmi toccanti, suscitare brividi, bare e bare su camion…e li vedo scorrere lì, intanto, un boccone “scorre”  al boccone, io seguito a mangiare, a centellinare mezzo bicchiere di vino; scorrono le immagini nude e crude con il commento dell’inviato telecronista, di cui percepisco e non percepisco le parole; ecco!, mi distraggo dal vedere le immagini…., devo prelevare e prelevo dal limite della superficie rettangolare del tavolo l’oliera, per condire….; mi sono distratto, heu pudor!, ora scorre la lenzuolata dei numeri….Heu pudor! Continuo a mangiare…….

Buon Dio!, a che mi ha ridotto il COVID-19 con la sua incognita e i suoi numeri.

E’, allora, sensato il detto latino: “ab assuetis non fit passio!”, le cose, gli eventi comuni, abituali non fanno più impressione. Il virus, a poco a poco, tende a non più impressionarmi; anzi, io e tu, noi, tutti abbiamo cessato ogni prestazione laboriosa, il nostro doveroso lavoro, la fonte della dignità e della sussistenza: l’infimo killer ci ha rinchiusi in casa impotenti; perciò, ora, meno virulento il virus o quanto più adattandoci, comunque decisi conviventi a reagire…: su! Verso la” la ripresa”.

Ascolto: ripresa, avvio alla ripresa, che è il lavoro; si adottino regole e misure per la ripresa nella sicurezza, nella certezza che sia salvaguardata l’incolumità dei lavoratori.

A chi spetta, però?: domanda temeraria!

Se ripresa significa ripristino nella gradualità delle precedenti condizioni, ristabilendolo con maggiori sforzi, volti all’efficienza, tali da recuperare quanto di produttività è andato perduto, in particolare, favorendo con il successo l’ulteriore slancio in un quadro di competitività; se ripresa è economia che riprende il suo cammino e avanza progredendo, onde al di là del profitto è benessere sociale ad ogni livello; insomma, ripresa è questo e altro ancora, in ogni campo e verso……..ecc.; spetterebbe alla politica e alle parti sociali, sindacati e imprenditori. La politica, purtroppo, da tempo memorabile non esiste più, al suo posto sono di prepotenza subentrati coloro che l’hanno svuotata e incenerita, sono subentrati i cosiddetti politici, i quali, a seconda del palcoscenico, europeo o interno dei singoli Stati, poiché sono pedissequi devoti della dea greca della discordia, Ate, inscenano la zuffa al prillare  dei quod capita, tot sententiae, asserzione del commediografo Publio Terenzio Afro, che , contrariamente ai nostri tempi e alle vedute di alcuni politici, pur essendo berbero, nativo dell’odierna area territoriale, estesa dalla Tripolitania al Marocco, cioè, ahimè!, extracomunitario, fu condotto a Roma imperialista addirittura da un senatore, Terenzio Lucano, mirabile dictu!, e, affrancato, visse celebre e ben accolto; anzi, allora, a nessun romano poteva venire in mente di farlo “condannare” o chiederne l’ostracismo, per aver introdotto nientemeno che il concetto di humanitas .

Chissà quando la “ripresa” verterà sul riconoscimento a pieno titolo nella nostra società dei…….berberi!

Quod capita, tot sententiae, quante teste, tanti giudizi, non sono forse il riflesso di interessi sovranisti e, nel contempo, lo specchietto, i “giudizi”, del fundus elettorale? Ci si accapiglia su quanto di danaro occorra per la ripresa; da chi e come reperirlo; ciascun partito e ciascun politico gareggia con il rivale, nel concedere di più, nell’allargare la platea dei destinatari e provvidenze e incentivi e contributi e esenzioni e dilazioni e prestiti a fondo perduto sono numeri su numeri, quasi fossimo in Christie’s, famosa casa d’asta.

Potenza del COVID-19! Girandola e potenza del numero!:

COVID-19 ha scomodato ogni branca della scienza: biologia, medicina, matematica, statistica, tecnologia, economia, finanza, diritto, perfino la psicologia, i cui esperti si adoperano con terapie idonee, perché affetti e parenti non subiscano ripercussioni negative sulla sfera psico-mentale; ha consentito un excursus storico sulle epidemie del passato e percorsi sulle carte geografiche; ha messo in crisi i riti religiosi collettivi, l’educazione e l’istruzione di ogni ordine; la libera circolazione sotto ogni punto di vista, all’interno e all’esterno degli Stati; l’attività teatrale, cinema e i musei; le manifestazioni sportive;  ancor di più, ha generato sospetti, su chi e dove sia stato generato, sia creatura naturale, sia elaborato artificiale.

Qual è l’auspicio che sortisce dall’indice di contagiosità RO, giorno dopo giorno?

Che in atto la ripresa diminuiscano i contagiati certamente, ma, a mio avviso, i decessi, soprattutto! Che i 216 di ieri, oggi 215, domani siano 214, dopodomani 213! Già, non mi fingo, i morti sono lì, nel numero 213…… Convivo o devo convivere?

Mi appello al mio diario.

Per non patire il travaglio interiore, che mi genera il termine morto, mi approprio del burocratico decesso: dal latino “ decessus” significa “partenza”,andar via”: un numero, i 213 della lenzuolata , dunque, sono coloro i quali sono andati via, sono partiti, più non vedremo; né sapremo, quanti maschi e quante femmine dalla lenzuolata……, ma devo convivere, abituarmi….; e, intanto, c’è la ripresa, che ci si augura, non con-porti i decessi.

Possibile che non sorga in me il dubbio, per cui, lasciando partire, andar via i 213, non sia diventato cinico? Così, in fondo, 213 non è che un numero; e che cambia, se fosse numero 251 o numero 198. E quando mai si onora un numero, sia pure 213; e, del resto, chi sono, chi erano, se non mero numero “213!”, da onorare!

O mio Dio! Che mi succede!

Al numero civico 32 di via Bellini, non ricordo il paese, per COVID-19 è morto Michele.

Michele è pianto dalla famiglia: nonno di Andrea sedicenne, padre di Maria, suocero di Giacomo.

Io non conosco questa famiglia, mai conosciuto Andrea, Maria, Giacomo, mai conosciuto Michele, che immagino anziano, capelli bianchi, gioviale, gran lavoratore in pensione……..; eppure, un nodo mi stringe la gola, mi commuovo, mi addoloro per Michele, che non c’è più ai suoi cari e a me.

Sì! sono addolorato per Michele e per i 213 tutti, i quali chiamo e si chiamano tutti Michele e Michela.

Leggo in calce scritto sul diario: di chi mi ritenga ligio alla retorica, me ne infischio.

Antonio Macchia

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